LE BRIGATE GARIBALDI
Le Brigate Garibaldi nella Resistenza italiana
Le Brigate Garibaldi furono una delle principali formazioni partigiane attive durante la Resistenza italiana contro l’occupazione nazista e il regime fascista repubblicano tra il 1943 e il 1945. Costituirono l’ossatura militare della componente comunista della lotta di Liberazione e svolsero un ruolo decisivo sia sul piano militare sia su quello politico e organizzativo.
Origini e contesto storico
Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio e il conseguente collasso dello Stato monarchico-fascista, l’Italia centro-settentrionale venne occupata dall’esercito tedesco e nacque la Repubblica Sociale Italiana. In questo contesto si sviluppò la Resistenza armata. Le Brigate Garibaldi si formarono su iniziativa del Partito Comunista Italiano, che intendeva dare alla lotta partigiana una struttura militare disciplinata, politicamente consapevole e coordinata.
Il nome richiamava volutamente la figura di Giuseppe Garibaldi, simbolo del Risorgimento e dell’unità nazionale, a sottolineare la continuità ideale tra la lotta ottocentesca per l’indipendenza e quella novecentesca contro fascismo e occupazione straniera.
Struttura e organizzazione
Le Brigate Garibaldi erano organizzate secondo criteri militari relativamente rigorosi. Erano articolate in distaccamenti, compagnie, battaglioni e brigate, con una catena di comando definita. Accanto al comandante militare operava spesso un commissario politico, incaricato della formazione ideologica e del mantenimento dei rapporti con la popolazione civile.
A livello centrale, la direzione politica e militare faceva capo a figure di primo piano del PCI, in particolare Luigi Longo (nome di battaglia “Gallo”), che ebbe un ruolo fondamentale nel coordinamento delle formazioni garibaldine e nei rapporti con le altre componenti della Resistenza.
Composizione sociale dei combattenti
Le Brigate Garibaldi ebbero una composizione sociale molto ampia. Vi confluirono:
operai e contadini,
ex soldati sbandati dell’esercito regio,
giovani renitenti alla leva della RSI,
intellettuali e studenti,
militanti antifascisti di lunga data.
Pur essendo guidate dal PCI, non furono formazioni “chiuse”: vi parteciparono anche socialisti, azionisti e indipendenti, uniti dall’obiettivo comune della liberazione.
Attività militare
Sul piano operativo, le Brigate Garibaldi furono protagoniste di:
azioni di guerriglia contro convogli tedeschi e fascisti,
sabotaggi a linee ferroviarie, ponti e infrastrutture strategiche,
attacchi a presidi militari e caserme,
difesa e amministrazione delle zone libere partigiane, come quelle dell’Appennino tosco-emiliano e delle Alpi.
Nel Nord Italia rappresentarono spesso la componente numericamente più consistente della Resistenza armata, contribuendo in modo decisivo all’insurrezione dell’aprile 1945 e alla liberazione di città come Milano e Torino, sotto il coordinamento del Comitato di Liberazione Nazionale.
Rapporto con la popolazione civile
Un elemento centrale dell’esperienza garibaldina fu il rapporto con le popolazioni locali. Le brigate sopravvivevano grazie al sostegno dei civili, che fornivano cibo, informazioni e rifugio, spesso a rischio di durissime rappresaglie. In cambio, i partigiani cercavano di mantenere disciplina e rispetto verso la popolazione, consapevoli che il consenso popolare era una risorsa strategica.
Dopo la fine della guerra, le Brigate Garibaldi furono sciolte e i partigiani smobilitati.
Le Brigate Garibaldi in Piemonte durante la Resistenza
Il Piemonte fu una delle regioni centrali della Resistenza italiana e rappresentò uno dei principali teatri di azione delle Brigate Garibaldi. La conformazione geografica, caratterizzata da vaste aree montuose e collinari (Alpi, Appennino ligure e Langhe), unita a una forte tradizione operaia e antifascista, rese il territorio particolarmente favorevole allo sviluppo della guerriglia partigiana. In questo contesto, le Brigate Garibaldi divennero una componente decisiva della lotta contro l’occupazione nazista e la Repubblica Sociale Italiana.
La nascita delle Brigate Garibaldi in Piemonte
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, migliaia di soldati dell’esercito italiano si sbandarono e cercarono rifugio nelle valli alpine piemontesi. Qui entrarono in contatto con militanti antifascisti, soprattutto comunisti, che diedero vita ai primi nuclei partigiani. Il Partito Comunista Italiano ebbe un ruolo fondamentale nell’organizzazione delle formazioni garibaldine, puntando fin da subito a creare strutture stabili e coordinate.
Già nell’autunno del 1943 sorsero le prime Brigate Garibaldi nelle Valli di Lanzo, in Val di Susa, nel Canavese, nelle Langhe e nell’Alto Novarese. Queste formazioni crebbero rapidamente nel corso del 1944, fino a costituire una rete capillare su gran parte del territorio regionale.
Struttura e comando
In Piemonte le Brigate Garibaldi erano organizzate in divisioni, brigate e distaccamenti, spesso intitolati a figure simboliche del movimento operaio e antifascista. Un esempio significativo fu la II Divisione Garibaldi “Gianni”, attiva in Val di Susa e nelle valli torinesi.
Ogni formazione prevedeva:
un comandante militare, responsabile delle operazioni;
un commissario politico, incaricato della formazione ideologica e dei rapporti con la popolazione;
collegamenti con il CLN regionale piemontese, che coordinava l’azione con le altre formazioni partigiane (Giustizia e Libertà, autonome, cattoliche).
Le aree di maggiore attività
Le valli alpine
Le Valli di Susa, Chisone, Pellice e Lanzo furono zone cruciali per la guerriglia garibaldina. Qui i partigiani controllavano passi montani, interrompevano i collegamenti militari tedeschi e ostacolavano i rastrellamenti. Le Brigate Garibaldi riuscirono a creare vere e proprie zone liberate, anche se spesso temporanee, sottoposte a continui attacchi nemici.
Le Langhe e il Monferrato
Nelle Langhe, territorio reso celebre anche dalla letteratura resistenziale, operarono numerose brigate garibaldine che alternavano azioni di sabotaggio a forme di controllo del territorio. Qui la Resistenza ebbe un forte legame con il mondo contadino, che fornì sostegno logistico essenziale.
L’area industriale torinese
Torino, grande centro operaio, fu un punto nevralgico della Resistenza piemontese. Le Brigate Garibaldi agirono in stretta connessione con le fabbriche, sostenendo scioperi, organizzando sabotaggi industriali e mantenendo collegamenti tra la lotta armata in montagna e quella clandestina in città.
Attività militare e guerriglia
Le Brigate Garibaldi piemontesi si distinsero per:
attacchi a presidi fascisti e tedeschi;
sabotaggi di ferrovie e infrastrutture strategiche;
recupero di armi e munizioni;
difesa delle popolazioni locali durante i rastrellamenti.
Nel 1944 e all’inizio del 1945 affrontarono durissime operazioni di repressione, come i grandi rastrellamenti nelle valli alpine, che causarono numerose vittime e distruzioni. Nonostante le perdite, le formazioni garibaldine riuscirono a ricostituirsi e a mantenere una presenza costante sul territorio.
Rapporto con la popolazione e repressione
Il legame tra le Brigate Garibaldi e la popolazione piemontese fu fondamentale. Contadini, operai e donne svolsero un ruolo decisivo come staffette, informatori e sostenitori logistici. Questo sostegno, tuttavia, espose i civili a feroci rappresaglie da parte di nazisti e fascisti, con incendi di villaggi, deportazioni e fucilazioni.
Le Brigate Garibaldi cercarono di mantenere una disciplina rigorosa per evitare abusi e per rafforzare il consenso popolare, consapevoli che la Resistenza non poteva sopravvivere senza l’appoggio della società civile.
L’insurrezione e la liberazione del Piemonte
Nell’aprile del 1945, le Brigate Garibaldi piemontesi furono protagoniste dell’insurrezione generale proclamata dal CLN. A Torino, i partigiani scesero dalle montagne e presero il controllo della città prima dell’arrivo delle truppe alleate. Le fabbriche, i nodi ferroviari e gli edifici strategici furono occupati, segnando la fine del potere fascista nella regione.
Significato storico
L’esperienza delle Brigate Garibaldi in Piemonte rappresenta uno dei capitoli più importanti della Resistenza italiana. Essa dimostra come la lotta armata, radicata nel territorio e sostenuta dalla popolazione, poté trasformarsi in un movimento di massa capace di incidere concretamente sulla liberazione del Paese. Il contributo dei partigiani garibaldini piemontesi rimane un elemento fondamentale della memoria storica e dell’identità antifascista della regione.