ALLA VITTORIA E ALL’ONOR SON GUIDA
La Storia
“Alla vittoria e all’onor son guida”
La storia delle Cavalleggeri Guide (19°) affonda le proprie radici nel cuore del Risorgimento italiano e si intreccia, senza soluzione di continuità, con l’evoluzione dell’Esercito e dello Stato unitario.
Le origini risorgimentali
Il primo Squadrone di Guide a cavallo nacque per volontà di Vittorio Emanuele II, su proposta del Ministro Segretario di Stato per la Guerra Alfonso La Marmora. Costituito in un periodo di rapida trasformazione politico-militare, lo squadrone venne impiegato quasi immediatamente durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi per mobilità, audacia e capacità di ricognizione.
Con Regio Decreto del 23 febbraio 1860, il Re istituì ufficialmente il Reggimento di Guide, formato da un insieme eterogeneo ma altamente qualificato di uomini:
lo Squadrone di Guide del Regio Esercito Sardo;
lo Squadrone di Guide dell’Esercito Emiliano;
cavalieri lombardi provenienti dalla cavalleria austriaca;
sottufficiali e truppa dei più antichi reggimenti di cavalleria.
La missione del reparto era chiara e altamente specialistica: fornire ai comandi unità rapide, intelligenti e coraggiose, capaci di guidare le truppe sul terreno e condurle con sicurezza verso l’azione combattente.
Dalla cavalleria classica alle missioni coloniali
Nel 1866 il reggimento fu inquadrato nel I Corpo d’Armata del Mincio, partecipando alle operazioni della Terza Guerra d’Indipendenza.
Tra il 1877 e il 1878 contribuì alla formazione di reparti destinati alle prime operazioni coloniali italiane in Africa Orientale, dimostrando una notevole capacità di adattamento a contesti operativi completamente nuovi.
Il 16 dicembre 1897 segnò un passaggio formale importante: dopo varie denominazioni intermedie, l’unità assunse definitivamente il nome di Reggimento Cavalleggeri Guide (19°), consolidando una tradizione ormai riconosciuta nell’Esercito.
La trasformazione meccanizzata
Nel periodo tra le due guerre mondiali, le “Guide” furono protagoniste di un’evoluzione decisiva. Nel 1934 il reggimento diede vita ai primi Gruppi carri veloci, affiancando alla componente a cavallo reparti corazzati e assumendo temporaneamente il ruolo di Scuola carri veloci.
Già nel 1935, pur cedendo i gruppi carri alle Divisioni Celeri, il reparto mantenne la funzione di centro di eccellenza per la specialità, tornando successivamente alla configurazione montata.
La Seconda guerra mondiale e la dissoluzione
Allo scoppio della guerra, nel 1940, il reggimento operò alle dipendenze del Comando Superiore Truppe Albania, inquadrato nel Raggruppamento Unità Celeri.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’unità venne sciolta. Tuttavia, la tradizione delle “Guide” sopravvisse in reparti derivati che continuarono a operare durante la Guerra di Liberazione, adattandosi a ruoli logistici e di supporto al combattimento.
La rinascita nel dopoguerra
Il 1° aprile 1949 segnò la rinascita ufficiale: a Tor di Quinto, presso la Scuola di Cavalleria Blindata di Roma, venne ricostituito lo Squadrone di Cavalleria Blindata “Guide”.
Inserito nella Brigata Ariete, il reparto si trasferì a Casarsa della Delizia, evolvendo nel Gruppo Squadroni Cavalleggeri “Guide” (19°).
Dal reggimento di leva alle missioni internazionali
Il 1° aprile 1991 le “Guide” si trasferirono a Salerno, dove, pochi mesi dopo, tornarono a rango di reggimento con il nome storico di Reggimento Cavalleggeri Guide (19°). Nel 1992 l’unità completò la trasformazione da reggimento di leva a reggimento su base volontaria.
Da allora, il reparto ha preso parte a tutte le principali missioni internazionali nei Balcani svolte dalla Brigata Garibaldi, operando in Bosnia e Kosovo, oltre a precedenti impieghi in Somalia durante l’operazione IBIS.
Approfondimento finale
La storia delle Cavalleggeri Guide è un esempio emblematico di continuità militare: un reparto nato per guidare la cavalleria sul campo di battaglia che, nel corso di oltre un secolo e mezzo, ha saputo trasformarsi da unità a cavallo a reparto blindato moderno, senza mai perdere il proprio spirito originario.
Il motto “Alla vittoria e all’onor son guida” non rappresenta solo una tradizione araldica, ma riassume una vocazione costante: essere d’avanguardia, aprire la strada e indicare la direzione, ieri come oggi.
LA CAVALLERIA LEGGERA GARIBALDINA
Gli anni dal 1815 al 1870 furono caratterizzati, come è noto, da un generale decadimento
dell’arte militare. In particolare la cavalleria fu completamente negletta dalla restaurazione.
Dopo la rivalutazione napoleonica che aveva fatto dell’arma a cavallo quella della
decisione e dei grandi inseguimenti strategici per un esemplare sfruttamento del successo,
la cavalleria divenne un’arma statica. Essa mantenne inalterato il suo carattere di arma da
battaglia ma subì una sensibile menomazione delle sue tradizionali qualità combattive: la
capacità manovriera, lo spirito aggressivo, qualità che solo la guerra può sviluppare.
L’istruzione a cavallo si ridusse nel chiuso dei maneggi o, tutt’al più, in piazza d’armi per
eseguire complicate evoluzioni. L’arma conobbe un periodo di decadenza e nelle guerre
dell’epoca non venne mai usata secondo i classici criteri d’impiego dell’arma a cavallo.
In questo panorama, così poco lusinghiero per un’arma di brillanti tradizioni come la
cavalleria, si distinse, quale cospicua eccezione, la cavalleria garibaldina. Garibaldi, e non
sarebbe neanche più il caso di ricordarlo, fu un grande uomo di guerra e questa sua dote
si manifestò anche nell’impiego della cavalleria. Della guerra a cavallo aveva acquistato
larga esperienza nelle campagne americane, una esperienza che, aggiuntasi alle sue
innate capacità militari, ne aveva fatto uno dei più brillanti comandanti di cavalleria del
secolo scorso. Ciò appare indiscutibile sol che si considerino le sue campagne in Italia dal
1849 al 1866. In un terreno così diverso da quello americano e con una cavalleria sempre
piuttosto esigua, fu geniale nell’impiego dell’arma.
Durante la campagna in Lombardia nell’agosto del 1848 ebbe ai suoi ordini un reparto di
cavalleria così modesto da non avere alcuna rilevanza operativa. Ebbe invece un reparto
di cavalleria quando comandava quella “Legione Garibaldi” divenuta poi prima Legione
Italiana, al servizio della Repubblica Romana dal dicembre del 1848. La cavalleria della
“Legione” era costituita da un reparto scelto di 45 uomini denominato “Lancieri della
Morte” e comandato da Angelo Masina, che aveva già dato bella prova di sé nella guerra
contro gli Austriaci. Il reparto aveva già avuto varie denominazioni e non si sa esattamente
quando prese il nome di “Lancieri della Morte”. Forse nei primi giorni dell’aprile del 1849
quando il Masina pubblicò il seguente ordine del giorno nel quale è prescritto, con curiosa
espressione, di far porre sui lati dei portamantelli il distintivo della morte. Ecco l’ordine del
giorno:
1° La sveglia sarà suonata alle ore cinque del mattino e all’istante i Lancieri tutti si
alzeranno e poscia porranno le selle ai loro cavalli, stando pronti a montare a cavallo
dietro ordine superiore, e così non si leverà sella altroché per ordine del capitano.
2° Dopo levato sella si governeranno i cavalli: poscia polizia alle bardature ed armamento.
3° Col giorno di domani, festa di Pasqua, i Lancieri si vestiranno in gran parata.
4° Chi non ha portato i portamantelli in camera del capitano, tosto li portino onde metterci
le morti lateralmente.
5° Verrà comandato ogni giorno dal sottotenente Miller un Lanciere onde sia presente,
unitamente al Foriere, alla verifica del peso tanto del fieno che di biada.
6° Sarà espressamente proibito dormire fuori di caserma.
7° Coll’appello del mezzogiorno tutti, escluso nessuno, vi si troveranno onde votare a
favore delli otto Brigadieri che mancano per formare lo squadrone accordato dalla
Repubblica.
Nel maggio del 1849 i lancieri di Masina raggiunsero il numero di cento, un bel reparto che
si ornava anche di una elegante uniforme: “Dolman” turchino chiaro con alamari neri,
pantaloni rossi, shakò rosso con fascia nera recante un fregio costituito da due tibie
incrociate ed un teschio in metallo dorato su coccarda tricolore, il tutto sovrastato da un
pennacchietto di crini neri su nappina rossa, visiera dritta e sottogola di metallo dorato.
Buffetteria e bardatura nere. Nella grande uniforme, lo shakò veniva da taluni sostituito
con un fez rosso; in seguito fu aggiunto all’uniforme un mantello bianco. L’armamento
consisteva in una lancia con banderuola rossa e in due pistole.
L’uniforme sopradetta subì però un graduale cambiamento poiché anche i lancieri vollero
adottare la tunica rossa, come i legionari di fanteria.
I lancieri di Masina si batterono bravamente il 30 aprile alle porte di Roma contro i
francesi, rompendoli e volgendoli in ritirata. Era il momento di sfruttare il successo
lanciando all’inseguimento la esigua ma combattiva cavalleria della Legione. Garibaldi lo
capiva ma fu fermato dall’ordine del Governo di lasciare ritirare indisturbati i francesi. Fu
persa una grande occasione, tale forse da rovesciare le sorti della campagna. Sullo
slancio della vittoria, la cavalleria garibaldina poteva tagliare la ritirata ai francesi, poteva
correre la campagna sollevandola contro l’occupante, poteva attivare una difesa dinamica
con incursioni, attacchi, scorrerie, tecnica di combattimento consona al carattere ed alle
possibilità dell’arma.
I lancieri di Masina furono poi presenti ai combattimenti di Palestrina il 5 maggio e di
Velletri il 9 e il 19 dello stesso mese. Il 5 e il 9 maggio non furono quasi impiegati, il 19
furono caricati e volti in fuga dai Cacciatori a cavallo borbonici. Il 3 giugno, quando si
pronunciò l’attacco francese, occorreva riprendere l’importante posizione del Casino dei
Quattro Venti; Garibaldi vi lanciò, con altre truppe, i Lancieri della Morte. Lo stesso
comandante si pose alla testa del reparto, guidando la carica e spingendosi al galoppo fin
sulle scalinate della villa, travolgendo e sciabolando gli avversari. La splendida carica non
poté tuttavia essere sostenuta dalla fanteria e dall’artiglieria così che i Lancieri furono
costretti a ritirarsi sotto un intenso fuoco nemico. Angelo Masina restò sul terreno con molti
dei suoi; alla sua memoria la Repubblica Romana conferì una medaglia d’oro “al valore ed
al patriottismo”.
La Repubblica Romana era ormai però alla sua fine. Il 2 luglio Garibaldi lasciò Roma con
la sua Legione e qualche altro reparto per un totale di 4.000 uomini, dopo aver rivolto il
celebre appello in cui prometteva a chi l’avrebbe seguito fame, sete, lotta e morte. Al
primitivo disegno di Garibaldi di sollevare la provincia per continuare la lotta contro i
francesi, successe il divisamento di accorrere a Venezia ancora in armi. Pertanto, la
direttrice di marcia fu verso il nord.
La cavalleria garibaldina, circa 800 cavalli, era ben montata, ma la bardatura lasciava a
desiderare, cosi come il vestiario: non aveva alcuna nozione della manovra d’insieme
cosicché malamente avrebbe tenuto I’urto di una cavalleria regolare in campo aperto. Gli
uomini erano però in media buoni cavalieri e arditi e particolarmente addestrati al servizio
di esplorazione e requisizione. I Lancieri Masina che erano fra i più capaci, fornivano quasi
sempre la scorta al Generale ed allo Stato Maggiore.
Alla caccia delle forze di Garibaldi campeggiavano 40.000 francesi, 20.000 borbonici,
9.000 spagnoli, 15.000 austriaci e 2.000 toscani. Durante questa ritirata condotta in
situazioni spesso drammatiche, rifulsero le doti di Garibaldi quale comandante di
cavalleria. In marcia, per esempio, distaccava pattuglie di cavalleria 4 o 5 km. avanti
I’avanguardia; ove possibile, altre pattuglie di cavalieri fiancheggiano la marcia su strade
parallele; in alcune circostanze, le pattuglie di cavalleria incaricate della osservazione e
della sicurezza si spinsero fino a 15 km. dalle proprie fanterie che si muovevano protette
dallo schermo della cavalleria che osservava senza essere osservata. Un perfetto impiego
dell’arma a cavallo in quell’importantissimo servizio dell’osservazione, di cui era cosi
sollecito il grande Napoleone, che diceva essere le pattuglie di cavalleria “gli occhi
dell’armata”.
Con abili stratagemmi, marce notturne, false informazioni propalate ad arte, Garibaldi
riuscì a giocare gli avversari. La marcia si snodava sempre fra terreni aspri, fra popolazioni
ora favorevoli, ora, ed era la maggioranza dei casi, ostili, con rifornimenti aleatori. Non
lasciò mai inattiva la cavalleria; talvolta, anzi, le richiese sforzi supplementari come I’8
luglio, quando giunto con le truppe a Terni, staccava pattuglie di cavalleria a Todi, a 30
km., a Colle di Labro, 15 km., a Spoleto, 20 km., Borghetto sul Tevere,30 km. e ad
Acquasparta, 15 km. Protetto da questo esteso raggio di vigilanza, Garibaldi attese
tranquillo a riordinare gli uomini.
Cosi anche durante la sosta ad Arezzo il 23 luglio, le pattuglie di cavalleria sorvegliarono
tutta la zona circostante per un raggio di 20 km. e, alla partenza dalla città toscana, una
ricognizione di cavalleria si spinse fino a Borgo San Lorenzo a circa 30 km. da Arezzo.
In Toscana la situazione delle forze garibaldine si fece insostenibile. Diserzioni e fame
avevano ridotto la truppa a poco più di 1.500 uomini. Urgeva una decisione. Garibaldi
prese il partito di scendere nella valle del Metauro; sostò a S. Angelo in Vado che
abbandonò il 29 luglio, lasciandovi come retroguardia 50 cavalli al comando di Luigi
Migliazzo, un comandante di cavalleria che aveva dato prova di essere un intelligente ed
audace corridore. Egli consentì ai suoi uomini di sparpagliarsi nel paese per rifocillarsi,
calcolando di non essere seguito dappresso dagli austriaci inseguitori. Egli stesso lasciò il
cavallo per procurarsi qualche ristoro, ma di lì a poco lo scalpitare di numerosa cavalleria
lo trasse dall’errore. Erano le sue vedette che inseguite da vicino da uno rone di
ussari entravano al galoppo dando l’allarmi. I cavalieri garibaldini opposero qua e là
qualche resistenza ma molti finirono prigionieri; solo il Migliazzo con pochi altri riuscì a
fatica ad aprirsi un varco fra i nemici e a raggiungere il grosso. Garibaldi lo accolse
severamente, facendogli grave colpa di non avere barricati gli accessi al paese prima di
fare rompere le righe ai suoi uomini e per quel giorno gli tolse il comando.
La colonna garibaldina era frattanto sempre più stretta dagli inseguitori; complessivamente
Garibaldi aveva alle calcagna 24 battaglioni, 3 batterie e 4 squadroni. Egli sentiva che con
i suoi uomini, ormai pochi e malridotti, in condizioni morali e logistiche disastrose, non
poteva più proseguire. Decise allora di riparare con i suoi nel territorio della Repubblica di
San Marino ove furono deposte le armi. Il 31 luglio Garibaldi sciolse i reparti e dichiarò
conclusa la guerra romana per la liberazione d’Italia.
Garibaldi tornò a combattere per l’Italia dieci anni dopo, nel 1859 per la seconda guerra di
indipendenza. Ebbe il comando dei Corpi Volontari, denominati “Cacciatori delle Alpi” e il
grado di Maggior Generale nell’esercito sardo e si dedicò con l’entusiasmo di sempre
all’organizzazione dei suoi reparti. Opera non facile perché, pur se entro certi limiti, erano
favorevoli al Generale il re e Cavour, non mancava nelle alte gerarchie militari qualche
avversione verso colui che era un generale sì, ma anche un rivoluzionario che nel 1834
era stato condannato a morte da Carlo Alberto. Questa diffidenza verso Garibaldi e i suoi
uomini si manifestò anche nell’uniforme imposta ai Cacciatori delle Alpi. Scomparsa la
camicia rossa, i volontari vestivano di grigio e gli ufficiali in turchino scuro.
Compito di questo Corpo di volontari, forte di circa 3.000 uomini, era di operare sulla
sinistra dell’esercito franco-piemontese nella zona fra il Lago Maggiore e il Lago di Como. I
“Cacciatori” avevano anche una loro cavalleria; cinquanta uomini al comando del milanese
Francesco Simonetta che già si era distinto nel ’48 e nel ’49. L’uniforme consisteva in un
“dolman” grigio con alamari neri; pantaloni anch’essi grigi; nere le fiamme, i paramani e le
pistagne, grigio il berretto. Il reparto prese il nome di “Guide”, tradizionale, a partire dal
XVIII secolo, per i reparti a cavallo addetti ai servizi di scorta e sicurezza dei comandi, di
corriere, di esplorazione e così via. La bardatura, le armi, cioè sciabola e pistole,
appartenevano allo Stato ed erano dei modelli di quelle prescritte per la cavalleria leggera
piemontese. I cavalli erano d proprietà dei volontari ma costituivano un materiale
eterogeneo per età, razza, statura e provenienza; i cavalieri per la maggior parte ignari di
equitazione militare ed anche spesso di tutto quell’insieme di operazioni che va sotto il
nome di “governo del cavallo”. Nonostante queste lacune la esigua cavalleria garibaldina
diede eccellenti prove, impiegata sempre dal Generale con audacia e sagacia.
Nella prima fase delle operazioni Garibaldi affidò alle sue “Guide” compiti di esplorazione e di sicurezza che furono pienamente svolti, nonostante avessero di fronte quella che
allora veniva ritenuta la migliore cavalleria d’Europa. Così il 15 maggio Garibaldi, da
Vercelli, lanciò le “Guide” ad esplorare fino alla Sesia ed esse tornarono due giorni dopo
con preziose informazioni. Autorizzato a proseguire su Biella, Garibaldi vi si portò il giorno
18 in ferrovia, preceduto dalle “Guide” che al suo arrivo trovò già disseminate in pattuglia a
Cossato, Castelletto e Benna cosi da assicurarlo da una sorpresa sulla distanza di 15 km.
Il giorno 19 inviò altre “Guide” a Rovasenda, Lenta e Ghemme di modo che la marcia da
Biella a Gattinara compiuta dai Volontari il giorno 20 poté svolgersi in piena sicurezza. La
stessa ora del 20, il Simonetta, raccolte le pattuglie di Castelletto e di Benna, galoppò sino
a Romagnano, fece ricostruire dagli abitanti il ponte sulla Sesia distrutto dagli austriaci e si
portò a Borgomanero. Lasciatavi una pattuglia, altre ne spiccò rispettivamente a
Fontaneto, Cressa, Bogogno ed egli stesso andò a stabilirsi a Gattico, con le ultime
“Guide” rimastegli. Si era così predisposto un efficace e razionale dispositivo per coprire la
marcia su Borgomanero che la Brigata Cacciatori delle Alpi compì il giorno seguente.
I Volontari si apprestavano ad attraversare il Ticino per entrare in Lombardia e fu il
Simonetta che predispose il passaggio del fiume a Sesto Calende nella notte fra il 22 e il
23 maggio, prodigandosi in una attività che richiedeva coraggio e prudenza. In questa
occasione il comandante delle “Guide” si dimostrò un incomparabile ufficiale
d’avanguardia.
Superato il Ticino, Garibaldi raccolse le “Guide” e le mandò ad esplorare verso sud,
soprattutto verso Gallarate, di dove potevano provenire le offese maggiori . Fu là che
venne mandato con quasi tutte le “Guide” il Simonetta il quale, appena giuntovi, staccò
pattuglie a Mozzate, Busto Arsizio, Samarate, Vizzola. Alle 17 del 23 maggio, giunte
notizie dal Simonetta che il nemico non compariva da alcuna delle strade sulle quali
vigilavano le “Guide”, Garibaldi ordinò la partenza e con marcia rapidissima alle 22
entrava in Varese. Le “Guide” furono quindi spostate e da Busto Arsizio, Samarate e
Vizzola poste a guardare le strade provenienti da Milano e da Como. Pertanto, la
cavalleria di Garibaldi si spostò a Gallarate, Cairate, Tradate, Olgiate ed Albiolo, mentre
da Sesto Calende, dove era rimasta, una pattuglia di “Guide” si spingeva fino a Somma
Lombardo. Il settore di osservazione si stendeva così per un raggio di 20 km., in media,
attorno a Varese, dal Ticino al confine svizzero, con un perimetro di 90 km. circa. Il
servizio di avanscoperta della cavalleria fu preziosissimo nel segnalare la controffensiva
austriaca movente da Sesto Calende e da Olgiate, consentendo a Garibaldi di
fronteggiarla nel modo migliore. Egli cominciò col ridurre il raggio di osservazione a minore
ampiezza, in modo da poter disporre una più fitta rete di pattuglie. Secondo le nuove
disposizioni del Generale, Simonetta dispose le sue “Guide” ad Induno, Cantello, Malnate,
Bizzozero, Gazzada e Casiago a poco più di 5 km. dagli avamposti di fanteria.
Nella notte dal 25 al 26 maggio, gli austriaci mossero da Olgiate in due colonne, delle
quali la maggiore, costituita da 7 battaglioni, 8 pezzi di artiglieria ed uno squadrone,
marciò per Malnate su Varese; l’altra, di un solo battaglione, per Albiolo, Cagnò e Cantello,
si diresse ad Induno, cioè sulle retrovie di Garibaldi. Gli austriaci entrarono in Malnate e vi
sorpresero la pattuglia di “Guide” rimastavi, così che poterono appressarsi non visti fin
sotto Varese, ove però gli avamposti diedero subito l’allarmi.
Non è questa la sede per ricordare la gloriosa giornata di Varese; ricordiamo però come
durante l’azione il Simonetta raccolte le “Guide” si spinse a battere la strada di lnduno,
unica via di ritirata, senza incontrarvi il nemico, che pure avrebbe potuto e dovuto dirigervi
la propria cavalleria.
Voltasi la sorte in favore dei garibaldini, le “Guide” si collocarono alla testa delle colonne
inseguenti e il Simonetta raggiunse il ponte dell’Olona, catturando alcuni ussari ed
entrando in Malnate ancora occupata dal nemico, riuscì a chiarire la direzione precisa
della sua ritirata ed avvertire Garibaldi che si preparava una seconda resistenza a San
Salvatore. Rinnovatosi in questa località il combattimento, le “Guide”, in un momento
critico, furono lanciate alla carica insieme a tutto lo stato maggiore di Garibaldi decidendo
la vittoria. Gli austriaci in ritirata su Olgiate furono serrati dappresso dalle “Guide”.
Il giorno dopo nel corso dell’inseguimento attivato da Garibaldi per sfruttare il successo, le
“Guide” distaccarono pattuglie verso sud, ad Oltrona, Lurate e Castelnuovo; verso nord a
Bironico, Camnago ed Albiate. Risultato delle manovre di Garibaldi fu la sconfitta subita a
San Fermo dagli Austriaci che le “Guide” inseguirono fino a Monza.
Il 5 giugno dopo la battaglia di Magenta, Garibaldi spostò le sue truppe a Lecco. La
fanteria vi si recò in battello, la cavalleria per via ordinaria. I Cacciatori delle Alpi l’8 giugno
entrarono in Bergamo e subito il Generale distaccò due drappelli di “Guide” alla ricerca del
nemico. Il primo drappello, comandato dal Simonetta, si spinse sulla strada di Treviglio
sino ad Arcene, a 14 km. da Bergamo; lasciò sul posto una pattuglia, un’altra ne inviò per
Cisarano a Bottiere sulla strada di Vaprio, i rimanenti cavalieri per Spirano si diressero a
Cologno. Nei pressi di quel villaggio assalirono un convoglio scortato da una compagnia,
poi superato il Serio a Malpaga, si spinsero a Martinengo, da dove volsero a sud sino a
Romano. Siccome questo paese era presidiato dal nemico, il Simonetta tornò al nord,
recandosi a passare la notte a Cologno.
Il secondo drappello di “Guide” condotto dal Camozzi, passato il Serio a Seriate, scese a
sud verso Palazzolo sino a Cavernago: qui si ebbe notizia che nella stazione di Garlago
stava fermo un treno. Immediatamente vi corse il Camozzi col suo reparto e lo catturò, ma
poco dopo fu costretto ad abbandonare la preda per il sopraggiungere di un altro treno da
Palazzolo, carico di truppa avversaria. Le “Guide” nel ritornare a Cavernago si scontrarono
presso Bagnatico con un battaglione ungherese che, sconfitto a Seriate dai Cacciatori
comandati dal Bronzetti, si ritirava su Palazzolo. Il Camozzi si pose all’inseguimento del
nemico e con la sua presenza e il suonare a stormo delle campane dei paesi circostanti,
obbligò il nemico ad una precipitosa fuga. A sera il drappello delle “Guide” si stabilì a
Martinengo.
La mattina del 13 giugno i garibaldini entrarono in Brescia e la sera dello stesso giorno gli
austriaci tentavano un ritorno offensivo, prontamente rintuzzato. In questa fazione si
distinsero le “Guide” guadagnando il seguente elogio nell’ordine del giorno del 14: “Devo
una parola di elogio ai nostri prodi Cacciatori a cavallo. Benché pochi e mancanti di
organizzazione definitiva essi fanno un servizio importantissimo e già in varie circostanze
hanno operato atti di valore che onorano gli italiani”.
Dopo la battaglia di Castenedolo del 15 giugno i volontari garibaldini si portavano nelle
valli alpine a nord di Brescia e Garibaldi non ebbe più occasione di dimostrare come
sapesse brillantemente usare la sua cavalleria.
La guerra poco dopo finiva e Garibaldi che aveva ben presente anche e forse soprattutto
la situazione dell’Italia centrale, si dimise dal suo grado di generale sardo ed accettò
l’offerta del Governo toscano di assumere il comando di quell’esercito. Come si sa, la
Toscana, la Romagna, gli ex-ducati di Parma e Modena avevano costituito la Lega
dell’Italia Centrale, con un esercito formato dai contingenti dei quattro Stati e comandati
dal gen. Manfredo Fanti. Scopo della lega era di impedire che gli ex-regnanti di quegli stati
tentassero con I’aiuto dello straniero di ritornare sui loro troni da dove li aveva cacciati la
rivoluzione patriottica. Garibaldi ebbe il comando in seconda di queste forze con I’incarico
specifico di comandare i reparti schierati lungo la Cattolica per impedire alle truppe del
Papa di tornare nelle Romagne.
Nell’ottobre del 1859 Garibaldi chiede al Fanti di autorizzare la costituzione di uno squadrone “Guide” scrivendogli: “Essendo per giungere qua vari cavalli di proprietà del
corpo delle guide già addette ai Cacciatori delle Alpi ed avendo di recente ricevuto delle
pistole revolver, sarei a domandare alla S.V. Ill.ma l’autorizzazione di formare uno
squadrone di guide, che monterei con tali cavalli ed armerei di tali pistole”.
Le ” Guide” furono il 16 ottobre costituite non su uno squadrone ma su un plotone, al
comando del Missori. Garibaldi naturalmente si riservava di sottoporre a chi di ragione
nomine e promozioni, quando I’organizzazione fosse condotta a termine. Ben poco
sappiamo di questo plotone sceltissimo, se non che più tardi fu posto al comando del
Simonetta, che aveva come sappiamo mirabilmente comandato lo squadrone “Guide”
durante la campagna di Lombardia.
Il reparto comprendeva 42 uomini, oltre al comandante, un foriere, tre marescialli
d’alloggio, cinque brigadieri; venti erano i cavalli di proprietà. Ebbe peraltro vita breve.
Quando Garibaldi che vedeva l’impossibilità di realizzare i suoi disegni rivoluzionari, nel
novembre del 1859 lasciò l’esercito della Lega, vi fu qualche malumore tra le “Guide” e ne
fu stabilito lo scioglimento che fu attuato il 28 dello stesso mese. Secondo una
Commissione nominata a questo scopo, i 20 cavalli erano vendibili al prezzo di L. 500, ma
poiché il Simonetta ne chiedeva 600, sostenendo che tale somma gli era stata offerta da
un colonnello di artiglieria ungherese di stanza a Piacenza, il Ministero della Guerra della
Lega, calcolando che sarebbe stato necessario soddisfare di ogni loro competenza le
“Guide” e mantenere i quadrupedi per tre giorni ancora, quanti cioè ne occorrevano
perché lo stesso Simonetta potesse trattarne la vendita a Piacenza e considerando pure
che alcuni cavalli “sebbene alquanto rovinati” erano costati “ai loro proprietari, giovani
volontari e degni per la loro condizione sociale di qualche riguardo” una somma molto
maggiore, troncò ogni indugio, offrendo 550 lire per ogni cavallo e stipulò il contratto per
modo che, compresi gli effetti di selleria ed una vettura per i foraggi in ottimo stato, versò
al Simonetta la somma di L. 14.370, lasciando inoltre alle “Guide” il pastrano, giusta gli
ordini del gen. Fanti. Dei cavalli, 6 furono riconosciuti idonei per i Carabinieri e 14 furono
assegnati alla cavalleria ed all’artiglieria.
L’iniziativa democratica che sembrava essersi esaurita con gli avvenimenti della fine del
1859, riprese l’anno seguente con la spedizione dei Mille. Essa partiva ricca di entusiasmo
ma povera di mezzi, con poche armi e senza munizioni: inesistente la cavalleria. Per
costituire questa Arma che, come abbiamo visto, Garibaldi sapeva perfettamente
impiegare, furono requisiti a Marsala i cavalli da affidare alle “Guide” che si erano
imbarcate a Quarto. Dopo di che la minuscola cavalleria garibaldina cominciò ad operare.
La esiguità stessa del reparto non consentiva un impiego della cavalleria quale si ebbe
nelle precedenti campagne del Generale; ciò non vuol dire che le “Guide” non fossero
impegnate; esse furono presenti sul campo di battaglia di Calatafimi ed alla presa di
Palermo, combattendo sempre a cavallo e il loro numero andava anche crescendo per
l’accorrere di volontari. Non mancarono episodi di valore personale delle “Guide”,
celeberrimo quello del loro comandante Missori che a Milazzo salvò la viita a Garibaldi. Lo
stesso Missori al comando di un drappello di 200 uomini fra i quali non poche “Guide”
nella notte sull’8 agosto 1860 passò lo Stretto di Messina per impadronirsi del forte di Villa
San Giovanni. Fallita l’impresa il drappello si diede alla montagna ricongiungendosi il 20
agosto alle altre forze garibaldine nel frattempo sbarcate.
Dopo la liberazione di Napoli, la cavalleria garibaldina che aveva raggiunto la consistenza
di circa 100 elementi, aumentò ancora. Si costituirono vari Corpi, come gli Ussari
Ungheresi, i Dragoni Nazionali di Capitanata, le Guide Bixio, gli Ussari Italiani, i Cavalieri
di Capua, gli Esploratori di Campo a Cavallo, i Cavalleggeri di Napoli, i Montanari del
Vesuvio a Cavallo. I nomi erano tanti ed anche belli, alcuni altisonanti, ma la consistenza
dei reparti, come appare dalla Carte Missori, era piuttosto esigua.
Nella battaglia del Volturno la cavalleria garibaldina non ebbe un impiego rilevante:
soltanto 160 Ussari ungheresi “caricarono” a Caserta catturando alcuni cannoni al nemico.
Un drappello di “Guide”, al diretto comando di Missori, scortava Garibaldi seguendolo in
tutti i suoi spostamenti e garantendone l’incolumità e la sicurezza.
La conclusione dell’impresa garibaldina nell’Italia meridionale e la riunione di quelle
provincie alla monarchia di Vittorio Emanuele II generò, come è noto, una quantità di
problemi dei quali la questione dell’esercito meridionale non fu la meno importante.
Questo esercito aveva mirabilmente servito la causa dell’unità nazionale, aveva bene
meritato della Patria e non poteva bastare un semplice elogio per saldare il debito di
riconoscenza nazionale che gli si doveva. D’altra parte non era possibile, e forse
nemmeno opportuna, una sua indiscriminata incorporazione nell’esercito regolare poiché
ciò avrebbe inevitabilmente provocato notevoli squilibri e scompigli. Infatti, troppo
eterogenei erano gli elementi dei volontari garibaldini, spesso indottrinati con idee
rivoluzionarie che avrebbero fatalmente nociuto alla compagine e alla disciplina
dell’organismo militare istituzionale.
In un primo tempo I’Esercito meridionale, ridotto peraltro di numero, venne organizzato in
un Corpo volontari su tre divisioni. Ma fu una soluzione provvisoria. II Corpo volontari era
infatti un organismo indipendente dall’esercito regolare, fortemente politicizzato in senso
democratico – repubblicano (almeno tendenzialmente) e propenso ad affrettare i tempi
dell’unificazione nazionale mediante atti rivoluzionari nel Veneto e nello Stato pontificio.
Nel delicato momento postunitario, il pericolo di azioni rivoluzionarie che avrebbero messo
in forse i risultati fino ad allora raggiunti, era così grave che doveva ad ogni costo essere
evitato. Per la sua complessità e per la delicatezza di molti suoi aspetti, il problema della
sistemazione dei volontari garibaldini si protrasse a lungo e pervenne a soluzione soltanto
nel 1862, quando il ministro Guerra, generale Petitti di Roreto, dispose, fra aspre
polemiche e profondi malcontenti, lo scioglimento del Corpo volontari e l’immissione
nell’esercito regolare degli ufficiali garibaldini, che erano circa 1700, ancora in servizio. In
pratica, l’esercito regolare accoglieva i singoli, se ritenuti meritevoli, ma respingeva i
volontari garibaldini intesi come corpo riconosciuto ed istituzionalizzato.
Orbene, nell’ambito dei vari tentativi di dare una soluzione al problema dei volontari, l’11
aprile del 1862 vennero costituiti due squadroni “Guide” con lo stesso organico degli
squadroni della cavalleria regolare; nell’ottobre dello stesso anno fu costituito un terzo
squadrone. Questi reparti ebbero peraltro vita breve, poiché furono tutti compresi nello
scioglimento dei Corpi volontari.
Garibaldi scese ancora in campo con i suoi volontari nel 1866 per la terza guerra di
indipendenza. Di fronte a questa guerra l’atteggiamento di Garibaldi fu di assoluta e
patriottica lealtà. Colui che quattro anni prima era stato preso a fucilate dai Bersaglieri regi
sull’Aspromonte, non esitò a mettersi a disposizione del Governo del re che gli affidò il
comando del costituendo Corpo dei Volontari. Il Generale accettò con orgoglio questo
compito, dimenticando il passato e mettendosi all’opera con il consueto entusiasmo. I
Volontari furono 30.000 e furono inquadrati in dieci reggimenti su cinque brigate. Sei
reggimenti furono subito messi a disposizione di Garibaldi; gli altri quattro rimasero nei loro
depositi in Puglia. Questi Volontari non portavano più la grigia uniforme dei Cacciatori
delle Alpi ma la fiammante camicia rossa che si era coperta di gloria nell’Italia meridionale.
A questo Corpo di Volontari era stato assegnato un compito che poteva sembrare
secondario, ma che poteva diventare importantissimo se la campagna avesse avuto una
guida più razionale e più dinamica. Garibaldi con i suoi uomini avrebbe dovuto minacciare
e possibilmente tagliare le comunicazioni tra Verona e il Tirolo, garantendo la sinistra delle
forze schierate sul Mincio ed impedendo alle truppe austriache del Tirolo di accorrere sul
teatro di guerra. Ma le forze e l’organizzazione dei garibaldini non erano pari all’importante
compito ricevuto. All’apertura delle ostilità solo 6.000 volontari erano in efficienza; a questi,
destinati ad operare in montagna, non erano state assegnate salmerie ed era stata data
soltanto una batteria da montagna. Con i suoi 6.000 uomini e 6 cannoni Garibaldi doveva
affrontare 16.000 austriaci sostenuti da 24 cannoni.
Dapprima non fu assegnata cavalleria alle forze di Garibaldi; soltanto dopo molte
insistenze fu autorizzato a formare due squadroni di “Guide”. Uno squadrone fu costituito
nel mese di maggio a Monza, arruolando volontari con cavalli di proprietà con una forza di
166 uomini e 6 ufficiali; nel luglio fu aggiunto un altro squadrone. Il comando dei due
squadroni fu affidato a Missori che ebbe il grado di colonnello. L’uniforme era costituita da
un “dolman” grigio con alamari neri, pantaloni anch’essi grigi; unico segno “garibaldino”, la
cravatta rossa. Le bardature e le buffetterie erano quelle della cavalleria regolare.
Garibaldi pose il suo Quartier Generale a Salò e dispose subito perché le truppe
muovessero verso il Càffaro per passare le Giudicarie. L’avanzata verso il Tirolo dovette
però essere fermata dopo la sconfitta subita dall’esercito a Custoza il 24 giungo. Ai
volontari venne allora affidato il compito di coprire Brescia e l’alta Lombardia. Garibaldi vi
provvide attraverso opportuni concentramenti delle sue forze e, ricevuti rinforzi, riprese il
1° luglio la marcia verso il Trentino. Dopo gli scontri di Monte Suello, dove il Generale
venne ferito, e di Vezza d’Oglio, Garibaldi decise l’attuazione del suo piano: irrompere nel
Trentino per le valli del Chiese e di Ledro e risalire le Giudicarie in direzione di Trento. Il 13
luglio Garibaldi era a Storo, dopo aver fatto avanzare i suoi uomini per la val Chiese e la
val d’Ampola. Dopo il vittorioso scontro di Condino, i garibaldini si impadronirono del forte
di Ampola e, occupati anche gli sbocchi della Val di Ledro, Garibaldi fece occupare il
paese di Bezzecca. E qui ebbe luogo la battaglia che fu l’unica vittoria degli italiani in
campo aperto sugli Austriaci in tutta la terza guerra di indipendenza. Dapprima lo scontro
fu favorevole agli austriaci che respinsero dall’abitato i soldati di Garibaldi, ma intervenne
allora personalmente il Generale e, come sempre, la sua presenza e il suo esempio
rovesciarono le sorti del combattimento, anche se, ancora sofferente per la ferita riportata
a Monte Suello, Garibaldi doveva muoversi in carrozza e non poteva percorrere a cavallo
la linea del fuoco. Egli diede subito gli ordini più appropriati in relazione al terreno della
battaglia e soprattutto fece postare l’artiglieria nel luogo più opportuno, riconosciuto con un
colpo d’occhio da maestro, per battere il nemico. Sostenuto dal fuoco d’artiglieria, un
furioso contrattacco dei garibaldini scacciò gli Austriaci dal paese. Si apriva a Garibaldi la
via di Trento. La sospensione delle ostilità, conseguenza dell’armistizio stipulato dai
Prussiani all’insaputa dell’Italia, fermò la marcia garibaldina. All’ordine di sgombrare il
Trentino, il Generale rispose con lo storico “Obbedisco”.
Durante la campagna del 1866 la cavalleria di Garibaldi non ebbe occasione di largo
impiego come nel ’49 o nel ’59. Le sue “Guide” assegnate in piccoli reparti a ciascuna
Brigata furono impiegate in servizi di perlustrazione, di scorta e di collegamento, assolti
sempre brillantemente.
La campagna del 1866 fu l’ultima delle guerre di indipendenza, alle quali Garibaldi e i suoi
volontari tanto avevano contribuito, e fra i combattenti garibaldini non ultimi furono per
valore militare e spirito patriottico le “Guide” che a buon diritto possono iscrivere le loro
campagne fra le pagine illustri nella storia della cavalleria italiana.
Da tutto quanto poi è stato scritto risulta l’intelligente impiego della cavalleria da parte di
Garibaldi, specialmente nei servizi di avanscoperta e di sicurezza, e non si può evitare il confronto fra il metodo garibaldino con quello seguito dai generali nostri e stranieri nelle
campagne del 1848, ’49 e ’59 e ’66. Questo paragone che torna tutto ad onore di
Garibaldi, dimostra una volta di più quale incomparabile uomo di guerra egli sia stato.
Marziano Brignoli
(da “Le Carte Missori” a cura di Marziano Brignoli, Milano 1984)
GIUSEPPE MISSORI
Nacque a Mosca l’11 giugno 1829 da Gregorio e da Agnese Torriani.
La famiglia, di origini bolognesi, si trasferì presto a Milano, dove nel 1848 Missori ebbe le sue prime esperienze politico-militari sulle barricate delle Cinque giornate e sui campi di battaglia lombardi. Da allora il suo nome si associò ai principali eventi del Risorgimento, nei quali esercitò un ruolo da protagonista all’interno dei ranghi garibaldini. G. Garibaldi e G. Mazzini costituirono i suoi due punti di riferimento: se al primo si legò sempre la dimensione dell’azione, quello repubblicano rimase per tutta la sua vita l’orizzonte ideale cui si mantenne fedele.
Dopo le vicende del biennio rivoluzionario, gli avvenimenti del 1859 gli consentirono di tradurre in aperta militanza la scelta politica d’opposizione che durante il decennio di preparazione l’aveva condotto a prendere parte a manifestazioni di protesta antiaustriache. Passato il Ticino per arruolarsi tra i Cacciatori delle Alpi, fu posto agli ordini di F. Simonetta, in quel corpo delle guide a cavallo, in cui combattevano tra gli altri F. Nullo ed E. Bezzi, al comando delle quali, dal 1860 in avanti, Missori avrebbe scritto alcune fra le pagine più celebri e gloriose delle campagne garibaldine.
Ma già nel 1859 sul fronte lombardo, dove strinse con i Cairoli un’amicizia destinata a durare nel tempo, Missori si era segnalato nelle principali azioni: la carica alla retroguardia nemica, il 26 maggio, al ponte sull’Olona, nei pressi di Varese, l’attacco di S. Fermo il giorno successivo, la marcia da Laveno a Como.
Promosso sottotenente alla fine della campagna, dopo Villafranca fu quello dell’Italia centrale lo scenario che sembrò aprirsi di nuovo alla sua azione: infatti, accolte le sue dimissioni il 7 settembre 1859, si spostò a Bologna per unirsi di nuovo a Garibaldi, che in quelle settimane aveva assunto la guida della divisione toscana e poi il comando in seconda dell’esercito della lega dell’Italia centrale.
Si trattò di un’esperienza effimera e priva di importanti sviluppi, in occasione della quale, anzi, si manifestarono i prodromi di quelle tensioni tra Garibaldi e M. Fanti destinate a esplodere con ben altra intensità dopo l’impresa meridionale del 1860, che rappresentò la consacrazione politico-militare del Missori.
Dopo essersi dedicato, a Milano, alla raccolta dei fondi per il «milione di fucili», nel maggio 1860 Missori fu infatti tra i primissimi ad accorrere a villa Spinola, salpando per la Sicilia, tra i Mille, a bordo del «Lombardo». Al comando di una formazione, come quella delle guide, concepita proprio per svolgere un ruolo d’avanguardia, da Salemi a Calatafimi, da Palermo a Milazzo, Missori si distinse per atti di valore sulla cui base venne costruito anche il suo mito, attraverso gesti immortalati da G.C. Abba e poi celebrati negli Eroi garibaldini di G. Castellini. L’episodio più famoso si legò certamente alla data del 20 luglio, quando a Milazzo, Missori salvò la vita a Garibaldi difendendolo dai cavalieri borbonici che lo stavano attaccando.
Anche la fase successiva, quella della risalita del Meridione continentale, vide Missori protagonista dei momenti di svolta più significativi.
A lui e a B. Musolino, l’8 agosto, Garibaldi affidò l’incarico di varcare con un’avanguardia di circa 200 uomini, tra i quali A. Mario e F. Nullo, lo stretto di Messina per sorprendere il forte di Villa San Giovanni: il tentativo non ebbe successo, ma mise Missori e i suoi nella condizione di precedere l’esercito garibaldino nell’avanzata attraverso la Calabria proclamando la fine del regime borbonico e diffondendo la parola d’ordine della rivoluzione nazionale. Ricongiuntosi in Calabria, il 19 agosto, con Garibaldi, il Missori fu al suo fianco fino a Napoli dove, entrò il 7 settembre con il generale prendendo parte in seguito a tutte le principali azioni di guerra, tra cui lo scontro decisivo sul Volturno. La considerazione di cui godeva presso Garibaldi non era certo circoscritta al campo di battaglia, tant’è vero che gli fu affidato l’incarico di preparare l’incontro con il re, al quale Missori fu presente, lasciando poi Napoli insieme con Garibaldi il 7 novembre 1860, quando già era evidente l’emarginazione politica delle forze democratiche.
Al Missori, che visse, anche in qualità di ispettore della cavalleria garibaldina, le fasi dello scioglimento dell’esercito in camicia rossa, fu concessa la medaglia d’oro al valor militare per la sua condotta nella campagna del 1860. Riconosciutogli nell’agosto del 1861 il grado di luogotenente colonnello conquistato sul campo, nella primavera 1862 lasciò il corpo volontari italiani, proprio nella fase in cui esso veniva sciolto fondendosi con l’esercito regolare.
La prospettiva del Missori era quella di «rendersi libero» e ricongiungersi a Garibaldi: di lì a poco era di nuovo al suo fianco, salpando da Caprera verso la Sicilia, nell’impresa che si concluse il 29 agosto 1862 sull’Aspromonte. Anche in quel caso al Missori fu affidato un compito particolare, che lo condusse con un’avanguardia a Reggio, Catanzaro e Cosenza per reclutare uomini disposti a unirsi ai garibaldini che già si inoltravano in Calabria. Questa missione gli consentì di sottrarsi allo scontro con le truppe regie, sfuggendo alla cattura e raggiungendo Napoli sotto il falso nome di Esposito. In quella stessa estate, nel luglio, Missori, insieme con altri garibaldini, era stato affiliato alla massoneria, nel Supremo Consiglio Grande Oriente d’Italia di Palermo, su intervento diretto del generale.
Negli anni successivi Missori continuò a prendere parte alle iniziative democratiche anche al di fuori del campo di battaglia: se nel 1863 partecipò alla mobilitazione a sostegno dell’insurrezione polacca, il 1864, specie in coincidenza con gli sfortunati moti veneti e friulani alla preparazione dei quali contribuì, fu il momento in cui si enfatizzarono le attese che Mazzini, fin dall’autunno 1860, nutriva nei suoi confronti in vista di una ripresa dell’iniziativa democratica. Mazzini in quegli anni considerava Missori un personaggio capace di fare da ponte tra i settori mazziniani e quelli garibaldini, un uomo – allo stesso tempo «suo» e di Garibaldi – che non poteva mancare in qualsiasi impresa, ma che allo stesso tempo gli destava frequenti contrarietà per un’eccessiva cautela, facendo persino da freno, nell’opinione di Mazzini, alla mobilitazione dei reduci milanesi di cui era leader.
Nel frattempo il Missori continuò a essere vicino a Garibaldi, cui si unì anche nel 1864 per un breve periodo, durante il suo celebre viaggio a Londra e che in quello stesso anno raggiunse a Ischia, nella fase ambigua dei contatti tra il generale e Vittorio Emanuele II in vista di una mai realizzata iniziativa oltre Adriatico. In effetti Garibaldi continuò a vedere Missori un uomo di fiducia, una figura politicamente affidabile, meritevole di essere inserita senza riserve in una sorta di aristocrazia in camicia rossa, consegnata ai posteri anche attraverso le pagine de I Mille e delle Memorie.
Dopo essere stato tra i promotori, nella primavera del 1866, della mobilitazione democratica a sostegno degli arruolamenti, fu ancora una volta volontario garibaldino nella terza guerra d’indipendenza, di nuovo comandante del corpo delle guide e protagonista dei fatti d’armi di Bezzecca, guadagnandosi la croce di cavaliere dell’ordine militare di Savoia. L’anno successivo il colonnello Missori fu di nuovo in campo, nello stato maggiore di Garibaldi e al comando del III battaglione bersaglieri, per l’impresa che si concluse a Mentana, sempre protagonista negli scontri fondamentali. In quell’autunno del 1867, era spettato a lui raccogliere alla frontiera pontificia i volontari romagnoli, faentini in particolare, inviati da Mazzini; questi lo ricordò a più riprese negli anni successivi, non solo a riprova della considerazione che egli nutriva per Missori, ma allo scopo evidente di fugare le accuse a lui rivolte da Garibaldi di aver boicottato quell’impresa.
Dismessa per sempre la camicia rossa, Missori non accettò mai di tradurre la sua militanza in un impegno parlamentare che gli avrebbe imposto un giuramento alla monarchia ritenuto inconciliabile con le sue convinzioni repubblicane. Già nel 1865, del resto, aveva rifiutato la carica di deputato conferitagli dagli elettori di Napoli.
Ristabilitosi definitivamente a Milano dopo le campagne garibaldine, rimase sempre inserito nei circuiti democratici, repubblicani e radicali nazionali. Nel biennio 1869-70 fu coinvolto nelle iniziative legate ai progetti insurrezionali repubblicani e proprio nel 1869, sull’onda delle proteste antigovernative seguite al caso Lobbia, fu posto in arresto insieme con A. Bizzoni e F. Cavallotti, ai quali aveva iniziato ad avvicinarsi in particolare dopo gli avvenimenti del 1862.
Membro del comitato che promosse il patto di Roma nel 1872 e, nel 1879, della commissione esecutiva della lega della democrazia, al momento della salita al potere di A. Depretis condivise l’atteggiamento di quei settori d’opposizione che, per dirla con A. Bertani, guardavano con vigilante fiducia, presto tradotta in sostanziale delusione, all’operato della Sinistra al governo.
Per contro, anche in ambito locale la politica attiva all’interno delle istituzioni non rappresentò per lui la dimensione più naturale in cui esprimersi e solo nei suoi ultimi anni, su sollecitazione degli amici, accettò di sedere nel Consiglio comunale di Milano dal 1889 al 1894 e dal 1898 al 1902.
Ormai molto malato, Missori morì a Milano il 25 marzo 1911.
I suoi funerali videro una grande partecipazione e oltre ai gruppi politici e alla figure istituzionali si poteva riconoscere nel corteo funebre una rappresentanza dei Martinitt, l’orfanotrofio milanese di cui era stato soprintendente. Come auspicava A. Comandini nel necrologio dedicatogli ne L’Illustrazione italiana, le volontà del Missori vennero rispettate e la sua salma ebbe «la fiamma purificatrice negata a Garibaldi!». L’11 giugno 1929, nel centenario della nascita, le ceneri del Missori furono trasportate nel famedio del cimitero Monumentale che tuttora le custodisce.
Nella sua Milano la memoria del Missori si associa innanzitutto alle carte donate a quel Museo del Risorgimento che lo ebbe tra i fondatori. Ma già il 7 maggio 1916 venne inaugurato in piazza S. Giovanni in Conca, da allora ribattezzata piazza Missori, una statua realizzata da R. Ripamonti che lo ritrae immancabilmente a cavallo. In quell’occasione fu scelto come oratore ufficiale un altro garibaldino milanese, anch’egli reduce dei Mille, R. Luzzatto, figura di spicco del radicalismo e dell’interventismo democratico. Nelle sue parole la figura del Missori veniva recuperata con evidenti finalità attualizzanti: diventava non solo l’incarnazione del soldato che combatte per il popolo contro la tirannide, ma dell’uomo che prende le armi costrettovi da circostanze storiche in cui la prepotenza impone di battersi non per opprimere ma per difendere. Per Luzzatto – che interpretò il primo conflitto mondiale come compimento del Risorgimento – la storia pareva ripetersi e, per usare le sue parole, lo spirito del Missori saliva metaforicamente l’erta del Carso.