NERO COME ME

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Antica targa murale in bronzo nero con foglie di tabacco Americana Johnny Griffin, risalente a fine Ottocento.

Un pezzo di Black Memorabilia molto raro da trovare, che si abbina davvero bene agli oggetti di Johnny Griffin o alla propria collezione di Tobacciana.

A metà del 1800, un artista sconosciuto dipinse il volto di un giovane ragazzo nero con colori caldi e tenui e, all’insaputa dell’artista, immortalò per sempre l’immagine del ragazzo! Da quel momento sono stati prodotti diversi oggetti a immagine del “Giovane ragazzo nero con il cappello strappato” conosciuto col nome di “Johnny Griffin”.

Questo pezzo originale degli anni ’20-’30 circa è realizzato in ottone massiccio, è pesante e probabilmente veniva utilizzato come posacenere, dato il suo design/tema a forma di foglia di tabacco. La testa “simile a Johnny Griffin” del giovane ragazzo afroamericano che funge da fulcro di questo meraviglioso pezzo.

IL LIBRO

John Howard Griffin, omonimo del suddetto, medico psichiatra e giornalista bianco, eroe della Resistenza in Francia e agente segreto nelle isole del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale.
 
“Nero come me” è il suo celebre libro di denuncia sociale di  un giornalista bianco che, alla fine degli anni ’50, si sottopose a una terapia farmacologica per scurire la pelle e attraversò il Sud degli Stati Uniti travestito da uomo di colore per vivere in prima persona e documentare la segregazione razziale, offrendo un’analisi cruda e toccante della vita da emarginato e dei soprusi razzisti.
Pubblicato nel 1961, il libro è un resoconto potente e sconvolgente dell’esperienza di Griffin, diventando un classico della letteratura afroamericana e un fondamentale strumento per comprendere il razzismo negli USA, con traduzioni italiane edite da case come Longanesi e Fandango.
  • L’esperimento: Griffin, già veterano di guerra, utilizzò pillole e farmaci per alterare il colore della sua pelle, rendendosi indistinguibile da un uomo nero per viaggiare in Louisiana, Mississippi, Alabama e Georgia.
  • Il viaggio: Visse l’esperienza di essere un “nero” in un’America profondamente segregata, affrontando discriminazione, umiliazioni e difficoltà quotidiane che prima ignorava.
  • L’obiettivo: Comprendere dall’interno la condizione dei neri, sperimentando il razzismo non da osservatore esterno, ma da vittima, per raccontare la realtà in modo autentico.
  • L’impatto: Il libro, pubblicato nel 1961, divenne un bestseller e un testo fondamentale nel dibattito sui diritti civili, mostrando la brutalità del razzismo sistemico.
  • La metamorfosi: Griffin descrive come la sua identità cambiò, non solo fisicamente, ma anche nella percezione che gli altri avevano di lui, e come la sua prospettiva di bianco fu radicalmente alterata. 
 
 
 

Tutti noi sappiamo che cos’è il razzismo e quali conseguenze comporta, ma ci siamo mai chiesti davvero cosa significhi vivere dall’altra parte? Dalla parte di chi viene disprezzato e deriso per il colore della pelle, per la religione o per uno stile di vita differente. Ci immedesimiamo mai nell’altro? Cerchiamo di immaginare cosa possa provare una persona quando viene insultata, emarginata e umiliata?

A raccontare tutto questo in modo estremamente efficace è John Howard Griffin nel libro Nero come me.

In un’America profondamente spaccata, il giornalista bianco J. H. Griffin decide di scurirsi la pelle per comprendere più a fondo la condizione degli afroamericani che, negli Stati del Sud degli Stati Uniti, continuavano a essere oppressi nonostante la schiavitù fosse stata abolita da tempo. Per questo motivo si rivolge a un medico alla ricerca di un metodo per modificare il colore della sua pelle. Grazie a delle pillole utilizzate per la vitiligine, capaci di stimolare la produzione di melanina, e a qualche accorgimento mirato, riesce nel suo intento.

Ha così inizio il suo viaggio “verso l’oblio” (p. 53).

La prima tappa è New Orleans, in Louisiana, dove Griffin arriva alla ricerca di un lavoro e di un alloggio. I primi giorni nella capitale della Louisiana sono segnati dallo smarrimento: ciò che prima gli era consentito ora gli è negato. Non può più usare liberamente i servizi igienici, ma deve cercare quelli riservati ai colored (termine usato all’epoca per indicare gli afroamericani); non può entrare in qualsiasi negozio, ma solo in quelli che accettano clienti neri. La confusione è totale, finché non incontra un lustrascarpe che diventerà la sua guida e il suo punto di riferimento a New Orleans.

Durante i primi giorni in Louisiana, Griffin comincia a rendersi conto di quanto le sue convinzioni fossero distanti dalla realtà e di come quest’ultima sia spesso alterata o fraintesa. Siamo all’inizio degli anni Sessanta: la schiavitù è stata abolita, ma la segregazione razziale è ancora ben presente, soprattutto negli Stati che Griffin visiterà.

Sebbene anche la Louisiana faccia parte di questi territori, la situazione appare meno tesa rispetto ad altri luoghi. New Orleans, infatti, è un crocevia di culture ed etnie e questo, agli occhi di Griffin, rende il clima meno rigido e soffocante, pur restando evidente l’isolamento e la ghettizzazione degli afroamericani. La gentilezza che riceve è solo apparente, non reale. La tensione esiste, ma rimane nascosta:

La prima, vaga impressione, che non sarebbe stato poi così difficile quanto pensassi l’ebbi dalla cortesia che i bianchi dimostravano verso i neri di New Orleans. Ma erano solo persone superficiali. Non sarebbero bastate a coprire l’enorme dispetto: il nero non è trattato come un cittadino di seconda classe, ma di decima. La vita di tutti i giorni gli ricorda il suo status inferiore. Non si abitua a queste cose: i gentili rifiuti quando cerca un lavoro migliore; l’essere chiamato negro, coon, jijaboo; il dover cercare un bagno o un ristorante che servano la sua razza. Ognuna di queste cose colpisce a fondo. (p. 63)

La situazione diventa ancora più grave nella seconda tappa del viaggio: il Mississippi. Griffin arriva a Hattiesburg, una città segnata da episodi di violenza e omicidi. Proprio nei giorni precedenti si è verificato un linciaggio ai danni di un uomo afroamericano, evento che ha diffuso paura e terrore nella comunità nera. Griffin decide quindi di osservare direttamente la loro condizione in questo Stato. Il senso di estraneità e oppressione è così intenso che è costretto a rifugiarsi temporaneamente da un amico giornalista, per trovare un po’ di sollievo e riuscire a reggere il peso della situazione.

È come muoversi tra due realtà separate, quella dei bianchi e quella dei neri, perché in quel periodo esistevano davvero due mondi distinti. Grazie al sostegno dell’amico, Griffin riprende il suo esperimento e, dopo il Mississippi, si dirige in Alabama, dove viene ospitato da alcune famiglie che gli dimostreranno l’affetto e il calore umano che gli erano mancati.

In un mondo così diviso, emergono sentimenti opposti: da un lato l’odio razziale e la rabbia di chi lo subisce, dall’altro la solidarietà e la generosità di intere famiglie e comunità:

Conclusi che, come sempre, l’atmosfera di un luogo è completamente diversa per i neri e per i bianchi. I neri vedono e reagiscono diversamente non perché sono neri, ma perché sono oppressi. La paura offusca persino la luce del sole. (p. 127)

Un diario, un esperimento, un viaggio che costringe il lettore a confrontarsi con una pagina di storia troppo spesso ignorata. Nonostante la prima edizione risalga al 1960, si tratta di un racconto di straordinaria attualità. Con uno stile semplice e un linguaggio diretto, il libro accompagna il lettore nel cuore del profondo Sud degli Stati Uniti.

Negli stessi anni in cui Martin Luther King iniziava la sua lotta pacifica per i diritti civili degli afroamericani, Griffin intraprendeva il suo viaggio. Pur operando su piani diversi, entrambi contribuirono a gettare le basi per un cambiamento.

Da una parte Martin Luther King, il predicatore capace di unire la comunità nera e di far sentire la propria voce; dall’altra J. Howard Griffin, che, da uomo bianco negli anni Sessanta, ebbe il coraggio di vivere come un nero in un periodo in cui farlo era estremamente pericoloso.

Si tratta di una testimonianza eccezionale perché, a distanza di sessant’anni, obbliga ancora a guardare la realtà da un’altra prospettiva: quella di chi viene discriminato. Spinge a chiedersi cosa avremmo fatto noi al loro posto. Oggi come allora, il racconto diretto e duro di Griffin rimane una testimonianza fondamentale e irrinunciabile.